RIABILITAZIONE NEUROMOTORIA NEI PAZIENTI POST COVID

Fatica e affanno, anche per attività minime, fanno parte dei sintomi persistenti e che ritardano a scomparire anche dopo la guarigione dal Covid-19, e colpiscono quasi tutte le fasce d'età.

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In Fisioitalia seguiamo le ricerche, costantemente aggiornate, per un percorso riabilitativo ad hoc, che passa dalla terapia fisica per la sarcopenia fino alle tecniche di medical-fitness per il recupero respiratorio, cardio-circolatorio, al recupero neuromotorio assistito, in modo da aiutare i pazienti a anche superare gli stati di insicurezza e ansia derivati dalla sindrome post-Covid.
La stanchezza cronica post covid non è altro che un insieme di sintomi che colpiscono i pazienti che sono stati contagiati dal coronavirus. Anche se risultato negativo al tampone, infatti, chi è stato contagiato dal covid prova dolori muscolari, pulsazioni e pressione irregolari, nonché una profonda stanchezza.

L’ultimo studio in ordine di tempo a ipotizzare una connessione di questo tipo è stato pubblicato su Frontiers in Medicine da alcuni ricercatori del Karolinska Institute e dell’università di Uppsala. Lo studio afferma che alcuni pazienti rimangono più a lungo in terapia intensiva perché si verificano gli stessi meccanismi biologici alla base della malattia.
 

In particolare, la stanchezza cronica post covid potrebbe essere causata dalla soppressione di un ormone prodotto dalla ghiandola pituitaria, dall’infiammazione e dallo stress ossidativo delle cellule e da una bassa funzionalità di un ormone della tiroide.
 

Tutti questi sintomi sono stati rilevati nelle persone che soffrono di fatica cronica. Proprio per questo motivo si ipotizza una collaborazione tra i ricercatori esperti nelle cure in terapia intensiva e nella fatica cronica, sperando di ottenere esiti migliori per entrambe le patologie.

Gli studi clinici

La stanchezza cronica post covid è uno dei sintomi più diffusi tra coloro che hanno contratto il virus e permane per alcuni mesi dopo la guarigione. Per capire quali sono le motivazioni di questa sindrome, i ricercatori di tutto il mondo proseguono nel loro lavoro.

Non è quindi un caso se, per trattare la stanchezza “da Covid”, vengono applicati gli stessi protocolli usati per la fatica cronica, in attesa di scoprirne la causa e delle cure più veloci ed efficaci.
L’oncologo Umberto Tirelli, ex primario dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Aviano e direttore della Clinica Tirelli Medical Group specializzata nella fatica cronica, ricorda che la stanchezza cronica si scatena dopo un’infezione.

Un senso profondo di stanchezza

Il sintomo persistente più inquietante e comune sembra essere proprio la stanchezza.

Intervistato da Science, Michael Marks, specialista in malattie infettive alla London School of Hygiene & Tropical Medicine ha precisato l’importanza di rintracciare i sintomi che causano tale stanchezza per poterla gestire. Alla base della fatigue potrebbe esserci una fibrosi polmonare o una funzione cardiaca compromessa, ad esempio. “La stanchezza profonda è un sintomo aspecifico”, conferma Carfì. “Anche quando abbiamo l’influenza avvertiamo questo senso di stanchezza, principalmente dovuto alle citochine infiammatorie rilasciate dal sistema immunitario al fine di arginare il patogeno invasore”.

 

Ci sono diversi fattori che potrebbero spiegare perché il sintomo persiste nel tempo: “la liberazione di citochine, che continua anche dopo l’infezione perché il corpo si sta ricostituendo, oppure una persistenza del virus negli organi”, ipotizza il dottore. L’astenia potrebbe anche essere dovuta “all’impatto devastante che ha avuto la patologia non solo dal punto di vista organico ma anche sul morale, sulla motivazione, sull’aspetto cognitivo”.

L’isolamento, il ricovero, la drammaticità dell’emergenza sanitaria inedita sono un’esperienza molto traumatica.

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È più facile identificare le basi fisiopatologiche della dispnea, dovuta al fatto che i polmoni, gli organi più fortemente colpiti dal Covid-19, sono in corso di guarigione e ci vuole un po’ di tempo perché i tessuti si ricostituiscano completamente.

 

Il neurologo Michael Zandi citato nell’articolo di Science, sottolinea come anche malattie comuni come la polmonite possono necessitare di un periodo di recupero di circa un mese. L’astenia, ad esempio, è molto comune nella fase di convalescenza della mononucleosi, precisa Carfì.
L’ideale sarebbe rivedere tutti questi pazienti dopo 6 mesi o un anno per capire se questi sintomi sono persistenti ma non permanenti, conclude il dottore. Le ricerche si concentrano sui casi gravi, di persone che sono state ospedalizzate, soprattutto perché i casi lievi sono più difficili da studiare clinicamente.

Cosa c’entrano i muscoli con il Covid? Ma soprattutto, chi soffre di sarcopenia, quindi di debolezza muscolare, ha maggiori probabilità di ammalarsi in modo più grave? Alle domande arrivano ora risposte da una ricerca che ha mostrato come le persone con poca massa muscolare hanno in effetti più probabilità di un esito sfavorevole o più grave dell’infezione da Sars-Cov2. Anche se hanno 40 o 50 anni. Ecco perché.

Covid e muscoli: che legame?

Come mai si verifica questo? «In generale i sarcopenici sono soggetti più fragili, tanto che è noto da tempo che chi sviluppa tumore ed è sarcopenico ha anche più probabilità di avere una prognosi infausta della malattia. Nel caso specifico del Covid, il rapporto tra l’infezione e la massa muscolare ha a che fare con le difficoltà respiratorie – spiega Schiaffino – Nella maggior parte degli individui, infatti, il virus interessa e colpisce le vie respiratorie. Considerando che il respiro dipende dai muscoli, quando si è in condizioni di sofferenza dei polmoni, come nel caso del Covid, anche la respirazione cambia e richiede più sforzo. È quindi evidente che se abbiamo una minore massa muscolare, avremo anche più difficoltà a ossigenare».
 

Come chiarito dall’esperto, «è dimostrato che la massa muscolare toracica è rappresentativa di quelle generale dell’individuo e non c’entra con l’età» spiega Schiaffino.

 

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Contano i muscoli, non l’età o il genere

La ricerca ha analizzato l’età, sesso, indice di massa corporea, estensione della polmonite, stato muscolare, eventuali malattie concomitanti broncopolmonari, cardiovascolari, neurologiche e oncologiche, diabete, insufficienza renale e indici derivati dagli esami di laboratorio. «La nostra ricerca è partita analizzando la massa muscolare del torace, sottoponendo a tac i pazienti che si presentavano al Pronto Soccorso soprattutto nella zona di Brescia e Novara, in piena prima ondata pandemica, quando gli accessi erano molto elevati e i soggetti erano sottoposti a triage prima del ricovero. Quello che è emerso è che il nesso tra prognosi e massa muscolare è indipendente dall’età e dal genere di appartenenza, per questo parliamo proprio di fattore indipendente» spiega il radiologo.
«In pratica, è ipoteticamente possibile che un 50enne con poca massa muscolare possa stare peggio rispetto a un 80enne con più muscoli» aggiunge Schiaffino. Da qui l’importanza di una corretta attività fisica e di una dieta equilibrata.

 

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Quanto sono importanti movimento e dieta

La perdita di massa muscolare è un elemento fisiologico collegato al passare degli anni: «È normale che dopo i 40 anni si inizi a perdere un po’ di tono muscolare, ma è possibile mantenerlo con una corretta attività fisica. L’importante è fare movimento con regolarità, coinvolgendo possibilmente tutto il corpo, in modo da rafforzare la muscolatura in maniera omogenea, anche con comuni esercizi a corpo libero come quelli che si fanno in palestra» spiega Schiaffino.
«A ciò va unita una dieta equilibrata. Non bisogna prevedere un maggior consumo di proteine, specie di origine animale, né ricorrere al fai-da-te: basta seguire un’alimentazione bilanciata, in modo da non far venir meno nessun nutriente che possa servire ad avere una massa muscolare normale
» conclude l’autore della ricerca.

La ricerca è stata coordinata da diversi centri e ospedali: Irccs Istituto ortopedico Galeazzi, Irccs Policlinico San Donato di Milano, Azienda ospedaliero-universitaria Maggiore della Carità di Novara, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero di Brescia, Istituto Europeo di Oncologia e Ospedale di Cento. Tre le università coinvolte: l’Università degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di Palermo e l’Università degli Studi del Piemonte Orientale.